Bénard Michel, “Exil intime / Intimità di un esilio” (2014) – Prefazione di Giovanni Dotoli

Michel Bénard, Exil intime / Intimità di un esilio, introduzione, traduzione e cura di Mario Selvaggio; prefazione di Giovanni Dotoli; postfazione di Marcella Leopizzi, Roma, Edizioni Universitarie Romane, Coll. « Les Poètes intuitistes / I Poeti intuitisti n. 1 », 2014, 163 p.

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Giovanni Dotoli

PERCHÉ I POETI INTUITISTI

 

La nascita di una collana è operazione complessa, con un alto margine di rischio. Sa più di un’avventura e di una scommessa, pur essendo un’altissima operazione culturale. Soprattutto in questi tempi di crisi, che colpiscono ogni settore, in particolare la cultura, e tutto ciò che questa parola sottende.

Si aggiunga che vi è di tutta evidenza una perdurante crisi del libro, in particolare di quello cartaceo. Le statistiche ci dicono che si legge sempre meno. Ogni italiano leggerebbe tra mezzo libro, la maggior parte, e un libro intero all’anno. Sul piano europeo e mondiale abbiamo il triste primato di essere tra gli ultimi in materia di lettura.

Si aggiunga poi che io e Mario Selvaggio lanciamo qui il progetto di una collana di poesia, per giunta specifica, su una tipologia di poesia, quella dell’Intuitismo. Ed è noto, la poesia, in Italia, in Francia e nel mondo, è il settore della letteratura meno letto. Non dicevano i Latini: Carmina non dant pane?, vale a dire: “Le poesie non danno pane”?

Ricordo un autorevole esponente politico che affermava non molto tempo fa: “la cultura non dà da mangiare”, e quindi lasciamola al suo corso, abbiamo altro cui pensare, l’economia, il lavoro, la disoccupazione, l’urbanesimo, l’ecologia. Come se cultura ed economia non fossero strettamente collegate.

“Eppur si muove”, pare abbia detto il grande Galilei, uomo di scienza e di letteratura.

Sì, la poesia si muove, a 360 gradi, al centro della cultura, e della letteratura. È l’unica forma di espressione umana, un po’ come l’arte e la musica, che è un vero linguaggio universale – lo dice a chiare lettere Roman Jakobson –, che lascia il segno anche quando è in una lingua che non capiamo, con i suoi suoni, le sue atmosfere, le sue intonazioni, i suoi canti, i sogni che genera.

Noi, io e Mario Selvaggio, siamo tra coloro che credono fortemente nell’azione sognante e formativa della poesia.

Una sola prova. Domandiamoci: perché popoli di cultura orale, contadini di povere terre, artigiani la cui arte è tutta nelle loro mani, ricordino per tutta la vita passi di opere celebri, cantino testi popolari ancestrali, mettano insieme musica e poesia, come in un canto laboratorio?

Ed anche una seconda prova. Perché la dura fatica dei campi, nelle assolate terre della provincia in cui siamo ambedue nati, quella di Foggia, con il suo Tavoliere, granaio d’Italia – si diceva un tempo –, era ed è lenita solo dalle dolci parole di una canzone poetica senza tempo, che viene da molto lontano, tramandata di generazione in generazione?

La parola poetica, con le sue arcane modulazioni, dà un senso alla vita, certamente più delle magie dei numeri dell’economia. E noi del Sud dell’Europa lo sappiamo bene, come lo sanno tutte le comunità povere, di tutti i Sud del mondo, che tanta parte del globo ricoprono.

Si spiega così anche l’asse poesia-musica-danza, in taluni contesti come quelli africani.

Questa collana di “Poeti intuitisti” vuole essere dunque un atto di fiducia e di speranza, e anche una certezza. Abbiamo bisogno di poesia come il pane, soprattutto oggi, epoca di mondializzazione e di mercificazione, di rotte in tempo reale e di sogni non proprio ben visti.

Buona ventura allora a questa impresa editoriale, a questo progetto culturale, che ha la fortuna di poggiarsi sull’energia e la competenza del mio allievo Mario Selvaggio, e, senza peccare di immodestia, sull’esperienza consolidata della mia vita di ricercatore e di poeta bilingue.

Ma perché dedicare questo nuovo ardito progetto ai cosiddetti “Poeti intuitisti”? Non basta dire che Mario Selvaggio sia ormai il massimo studioso dell’Intuitismo francese, e che io stesso faccia capo a questo ismo.

La questione è molto più complessa e profonda.

Ho appena pubblicato in Francia, nella mia collana “Vertige de la langue”, per i tipi dell’editore Hermann, un volume intitolato: XXe-XXIe siècles. Avant-garde, tradition, intuition. Il titolo di questo libro già spiega tutto del nostro progetto. Vi sostengo la tesi che, dall’inizio del XX secolo ai nostri giorni, modernità, avanguardia e tradizione siano inseparabili, sotto il segno dell’intuizione riscoperta da Henri Bergson e da Gaston Bachelard.

Tutta la poesia degli ultimi centodieci anni viaggia sul senso del tempo della storia. L’autolegittimazione del Nuovo necessita della lezione del passato. Perfino l’avanguardia estrema cerca i suoi riferimenti in una origine lontana. Tradizione e innovazione convivono. E lo fanno e possono farlo soltanto grazie alla forza dell’intuizione, che tutto unisce e lancia verso il domani.

Per questo sostengo che le scienze umane e le scienze esatte abbiano la stessa origine: l’intuizione. E che sono dunque inseparabili, come dimostrano Aristotele, Plinio, Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Blaise Pascal, Charles Cros, gli scrittori matematici dell’Oulipo francese, solo per fare qualche nome.

I poeti intuitisti ci ricordano ad ogni istante che l’arte è sintetica, che tradizione e innovazione viaggiano insieme, che il soggetto – l’io, cioè io stesso e l’altro – sono il centro della poesia, che esiste un meraviglioso umanesimo del reale, che il tempo della poesia è quello dell’istante, con lo sguardo sempre rivolto in avanti.

Basta leggere il manifesto L’Esprit nouveau et les poètes (1918) di Guillaume Apollinaire, per rendersene conto, e perfino un poeta della distruzione linguistica come Filippo Tommaso Marinetti – per esempio il suo manifesto Noi rinneghiamo i nostri maestri simbolisti, ultimi amanti della luna (1911).

Ha ragione Henri Bergson, quando afferma: «Risaliamo verso l’intuizione semplice o tutt’al più verso l’immagine che la traduce». Arthur Schopenhauer aveva già detto: «Ogni nuova verità è l’esplosione di una intuizione». La filosofia, la scienza, la letteratura, l’arte, la bellezza, l’immaginazione, la vita stessa, vedono al centro il processo intuitivo. Wassily Kandinsky e Pablo Picasso lo affermano e lo applicano a chiare lettere.

L’intuizione è la garanzia del nostro rapporto con il mondo.

Intuizione è sentimento della verità. Ben dice Gaston Bachelard che «la poesia è una metafisica istantanea. In un piccolo poema, deve presentare una visione dell’universo e il segreto di un’anima, un essere umano e degli oggetti, contemporaneamente».

La logica dell’intuizione è quella dello sguardo infinito, dell’apertura, della fiducia. L’intuizione non è una percezione della conoscenza, ma la conoscenza stessa, senza naturalmente mai annullare o mettere da parte la ragione.

L’intuizione è la forza interiore dell’animo. Se la collochiamo al centro del processo umano, riusciamo a comprendere l’impossibile, Sigmund Freud e G. W. Friedrich Hegel, Karl Marx ed Edmund Husserl, Gilles Deleuze e Gaston Bachelard, e l’intera storia della poesia, fino al XX e al XXI secolo.

È quindi naturale comprendere perché noi abbiamo fiducia nella poesia intuitista e nell’intuizione del suo primo profeta, Éric Sivry.

Abbiamo così lanciato un appello per una collana di poeti intuitisti, a tutti i poeti intuitisti di nostra conoscenza. La risposta è stata meravigliosa, come se ogni poeta si riconoscesse perfettamente nel nostro grido progettuale.

Qualche anno fa, ho avuto l’idea di una antologia della poesia intuitista di Michel Bénard e Jacques-François Dussottier, nella mia collana “Poesia e Racconto”, per i tipi di Schena Editore, poi uscita con il titolo significativo La Noria de la Mémoire.

Ecco la parola chiave: la memoria.

Abbiamo scelto di partire con un’antologia della poesia di Michel Bénard, perché questo poeta intuitista ben riassume la linea dell’Intuitismo. Ed è fondamentale sottolineare che egli sia anche pittore. Non perché «Anch’io son pittore», come afferma con orgoglio Guillaume Apollinaire per giustificare i suoi Calligrammes, ma perché la poesia intuitista unisce e mai separa le arti, sulla linea dell’istante della memoria, e del tempo agostiniano senza tempo.

Michel Bénard è un cavaliere dell’ideale, un poeta che toto corde si affida alla memoria intuitiva, che cerca la ragione vera delle cose attraverso la parola semplice, cui dà una energia totale. Egli cerca – e trova – l’enigma delle cose, con un continuo atto di svelamento, alla ricerca del mistero dell’essere.

Michel Bénard fa una calligrafia del mondo – non a caso tutti e due siamo amici del grande calligrafo iracheno Ghani Alani –, come se sempre un’alba pura lo illuminasse. Nella sua poesia siamo agli albori del Verbo, alla parola pura e incontaminata, a quel senso di bellezza che gli uomini hanno perso, e che solo la poesia potrebbe ridare.

Le stele della memoria dolce si ergono all’orizzonte. Ogni punto e ogni oggetto lasciano intuire un percorso, un viaggio, un mondo, un sogno.

È una memoria positiva, mai vana, lanciata sulla grandezza dell’uomo del XXI secolo, chiamato a ritrovare i punti cardinali dell’avventura umana.

Nostalgia del sogno, senso del luogo ancestrale, ritmo d’infanzia, sulla linea dell’intuizione.

Michel Bénard è uno dei fari della poesia intuitista.

Iniziare con la sua opera è perfettamente giustificato.

Università di Bari Aldo Moro, 5 febbraio 2014

 

 

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