Dussottier Jacques-François, “Je t’aime / Ti amo” (2016) – Prefazione di Giovanni Dotoli

Jacques-François Dussottier, Je t’aime / Ti amo, avant-propos de – premessa di Bornj Tiskert, préface de / prefazione di Giovanni Dotoli, tableaux-photos de – Quadri-foto di Jacques-François Dussottier, traduzione e cura di Mario Selvaggio, Roma, Edizioni Universitarie Romane, Coll. « Les Poètes intuitistes / I Poeti intuitisti n. 11 », 2016, 148 p.

*  *  *  *  *  *

Giovanni Dotoli

L’AMORE È UNA VERTIGINE A COLORI

 

Lo confesso ancora una volta. Amo il dizionario. Mi piace cominciare un testo o un discorso partendo da un dizionario. Scelgo in questo caso il Dictionnaire culturel en langue française, una delle opere più geniali del mio amico Alain Rey.

Consulto la voce femme, e i suoi derivati e parole connesse. Quattro pagine consacrate a questa parola, due a féminin-féministe, dieci al contesto culturale femme, ancora quattro pagine ai derivati di questa parola. E poi la voce amour, che occupa nove pagine, e il verbo aimer, che ne utilizza due. In totale: ventinove pagine che conducono all’amore, alla donna, e se si aggiungono i lemmi sentiment e sexe, siamo di fronte a un piccolo libro nel libro sull’amore.

È evidente. Le parole amour e femme sono al centro della lingua, di ogni lingua, soprattutto della lingua francese e di quella italiana, le due lingue di questo libro di Jacques-François Dussottier, il suo originale e la riuscitissima traduzione a fronte di Mario Selvaggio. Il suo titolo annuncia tutto: Je t’aime – Ti amo. Il titolo originale crea il legame lessicale e semiotico: Ô Femme. I tre campi semantici sono chiari: il trio aimer – amour – femme.

Questo libro siamo noi, l’essere innamorato della donna, ciò che rappresenta la donna, e ciò che significa amare. Nella sua premessa al testo, il poeta norvegese Bornj Tiskert coglie pienamente il senso di Je t’aime. Lo stesso fa il presidente della Società dei Poeti francesi, Vital Heurtebize, nell’edizione originale.

Bornj Tiskert ammira «l’eleganza» e «la bellezza» di «un’arte del dire», «il lirismo amoroso che adula la Donna, una maniera incomparabile di parlare d’amore, di tenerezza e di passione fra gli esseri », «l’estasi, l’eb-brezza e la tenerezza [che] si fondono, la passione per la Donna, la Donna idealizzata», che è per Jacques-François Dussottier «una legge di vita»: «il suo grido porta in auge la sua poesia e il suo afflato rasenta a volte la follia».

Vital Heurtebize ammira l’arte della seduzione, la discrezione, «la sensualità ardente del suo canto», il «fremito del benessere» del lettore, concludendo in modo convincente: «Più che una raccolta di poesia d’amore, [è] un breviario d’amore».

Questi due poeti hanno perfettamente ragione nella loro toccante e sensibile lettura. Mi permetto tuttavia di proporre un’interpretazione un po’ differente da quella da loro proposta.

A mio avviso, il senso più profondo della raccolta lo ritroviamo nell’Invito alla lettura dello stesso Jacques-François Dussottier. In sintesi, l’autore annuncia al lettore – noi stessi – che il suo volumetto non s’inserisce né nella poesia «classica», fatta di rime e di «rispetto della prosodia», né in quella «“moderna” o “contemporanea” dai testi ermetici». La sua è una «poesia dell’istinto», del lampo, della luce, dell’emozione, del respiro, della tenerezza. La sua poesia non ha «niente di letterario». Precisa Dussottier:

Preferisco che le mie emozioni, le mie ferite, le mie passioni, i miei desideri, le mie speranze si sedimentino, cristallizzandosi, in un verso estremamente conciso, di forte impatto: una poesia densa, spoglia, priva di fronzoli, che vada all’essenziale.

Un arco meraviglioso mi appare, dal Medioevo ai giorni nostri. Secondo me, Jacques-François Dussottier si situa in un vasto spazio temporale, tra i poeti dell’epoca di Maria di Francia e dei cavalieri di Re Artù – e anche dei poeti provenzali –, e i poeti dell’Intuitismo dei giorni nostri. Da un lato, il fin’amor, l’amore dolce, annunciato, sfiorato, dalle metafore sensuali e ideali; dall’altro, il senso dell’istante, che viene sublimato dall’istinto.

Non è forse l’atto del cuore? La nostra anima non desidera forse esaltarsi, andare al di là, rendere sensuale la materia e le parole, in una parola, amare, il mondo, la vita, un fiore, un essere umano? Jacques-François Dussottier è un trovatore e un troviero del XXI secolo.

Ha l’arte di possedere il tempo della letteratura. Da questo punto di vista è un classico del nostro tempo. Riservato e rigoroso, va in profondità con discrezione. Non potrà mai trattare l’amore dall’angolatura della materia. Secondo lui, la stessa materia è fatta dello spirito, dell’ascesi, del gioco di parole d’amore. «La cortesia è una concezione della vita e al tempo stesso dell’amore», osserva Michel Zink. Potremmo dire la stessa cosa per questo libro. L’amore cortese è un modello ideale.

Ritrovo in Je t’aime alcuni elementi del Discorso amoroso di Roland Barthes. È un «discorso» a pieno titolo, amoroso certamente, d’amore, di spirito e corpo tesi verso l’altro femminile.

Jacques-François Dussottier va al cuore dell’intimo, del nostro immaginario maschile proiettato sulla donna. Il suo è anche un «rapimento», cioè un volo, un viaggio di enamorazione, del corpo femminile e del suo ammirabile significato. È un amore-conquista che rapisce, che prende, trasforma, cambia dolcemente l’essere. Più che una ferita, è l’armonia del canto, e una itineranza verso l’intimità. L’essere scorre, si dice, si lancia, si slancia, si dona, si offre, nel romanzo della vita.

Nessun trauma, nessun colpo di fulmine, nessuna angoscia del dopo, nessun turbamento, ma l’amore vero, il cuore che parla come una foglia tremante dello stupore dissolto, del desiderio che non è frammentario ma totale e quasi eterno.

È un codice d’amore, come in Roland Barthes. Un codice che ci prende, ci strugge, ci sublima, c’insegna ad amare, e dunque a essere in questo mondo difficile. Ogni volta, in ogni poema, è un’apparizione, un fremito, un mistero. Nel poema, la disposizione delle parole è un brivido e una emozione ad libitum, come in uno spartito musicale. L’ultima nota non è l’ultima. Essa continua, nell’anima e nell’aria. Penso a Madame Arnoux e agli occhi di Frédéric, nel romanzo di Gustave Flaubert L’Educazione sentimentale.

Jacques-François Dussottier scrive i sussulti dell’amore, di un incontro, di sguardi che s’incrociano. La soggettività s’identifica nell’occhio e nel suo potere. Dall’occhio al corpo. Dalle carezze al sogno. Nessuna negatività, nessun luogo comune. Amare è guardare, toccare, captare e spaziare. Ritroviamo forse qualche scintilla delle Lettere a Lou di Guillaume Apollinaire. L’amore è sensualità profonda e evanescenza, fotografia dell’istante e verità che si mostra progressivamente, come in un film in bianco e nero.

Il rapimento passionale è nell’immaginario della vertigine. L’amore è una vertigine a colori dall’infinita varietà di parole e dettagli. Si pensa sempre di dire la stessa cosa, e non è mai la stessa cosa. Come in un poema o in uno spartito musicale: pochi segni per dire che tutto cambia. Qualche lettera e qualche nota per intraprendere un viaggio verso l’infi-nito. Come solo compagno, il desiderio di esserci, di andarci.

Jacques-François Dussottier c’è e ci va, in e verso il suo poema. Si libra in uno slancio amoroso che è l’atto della vera vita, e della libertà. Accende la lampada dell’amore come il sole passa dall’ombra alla luce, al mattino, tra il mare e la terra. L’impulso c’insuffla la carica emozionale, amorosa in particolare.

Ecco alcune citazioni che illuminano la mia lettura:

Sotto le mie dita, tu diventi donna

La carne del mio testo

Ha il colore della tua pelle.

[…]

Il poema che intesso è un grido

il gusto dell’altro, la mia passione ribelle,

le ragioni di essere folle nella memoria d’amare.

Io esisto alle parole dell’amore

e la parola è Donna al termine del mio poema.

[…]

L’istante scorre tra le mie dita

[…] […] scrivo l’eternità delle nostre carni

perduto nel chiarore dei tuoi occhi.

[…]

Scriverò tutta la voluttà

[…]

L’amore è per me un richiamo

[…]

L’amore è la mia religione

il tuo cuore la mia chiesa.

[…]

a te oh Donna

che forse mi aspetti?

L’amore è l’asse portante del poema. Ne costituisce l’impalcatura, malgrado le ambiguità della tradizione in materia di discorso amoroso. Il Cantico dei cantici è chiaro: «le sue [dell’amore] scintille sono fiamme di fuoco / una fiamma divina». Questa fiamma brucia in ogni poema di Je t’aime, alla ricerca dell’autentica fusione, «intorno alle mille immagini dell’amore» (Virgilio, Le Georgiche). Nei suoi Sermoni, Sant’Agostino afferma: «La misura dell’amore è di amare senza misura».

E Jacques-François Dussottier ci segnala che bisogna amare in modo smisurato, senza calcolo, nella gioia della vita. Come artista del colore, ha forse letto Vincent Van Gogh che scriveva a suo fratello Théo, il 3 aprile del 1878: «È bello amare finché si può, poiché da qui proviene la vera forza, e chiunque ama molto può portare a termine grandi cose, e ciò che viene fatto in amore è sempre ben fatto».

È anche la grande lezione di questo libro di Jacques-François Dussottier: leggiamolo, dunque, anche nella straordinaria traduzione-interpretazione di Mario Selvaggio, poeta lui stesso. Un poeta ha saputo leggere un poeta, infondendogli la stessa anima in un’altra lingua. Ancora una volta due lingue sorelle, il francese e l’italiano, sulla stessa rotta. Poteva accadere solo in poesia, grazie al discorso amoroso.

Università di Bari Aldo Moro, 23 aprile 2016

0 0 votes
Valutazione dell'articolo
Subscribe
Informami
guest
0 Commenti
oldest
newest most voted
0
Would love your thoughts, please comment.x