
Maurice Cury, Rêve au creux de la nuit. Anthologie (1951-2015) / Sogno in fondo alla notte. Antologia (1951-2015), prefazione di Mario Selvaggio, introduzione e cura di Claudia Canu Fautré, traduzione in italiano a cura degli Studenti del Secondo Laboratorio di Traduzione e Creazione Intuitista (Elisa Ardau, Valeria Aresu, Maria Cristina Batzella, Massimo Cara, Sara Cardia, Martin Chef, Alessio Faedda, Claudia Grazia Garau, Alessandra Marongiu, Priamo Meloni, Enrico Motzo, Martina Mura, Ivana Murgia, Veronica Olla, Chiara Pacini, Marianna Piroddi, Stefania Pisano, Michela Podda, Carla Porru, Susanna Seoni, Angela Maria Serra, Victoria Triboi, Graziella Trudu), coordinato e diretto da Claudia Canu Fautré (Facoltà di Studi Umanistici – Università di Cagliari), Roma, Edizioni Universitarie Romane, Coll. « Les Poètes intuitistes / I Poeti intuitisti n. 13 », 2016, 172 p.
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Claudia Canu Fautré
UN VIAGGIO ONIRICO IN FONDO ALLA NOTTE
La raccolta poetica di Maurice Cury, autore dal profilo eclettico, poeta, romanziere, saggista, cineasta e drammaturgo, costituisce una vera e propria antologia. Una trentina di testi poetici estratti da varie raccolte sono qui assemblati per presentare l’ampia gamma tematica e stilistica di un autore alla ricerca del mistero celato dietro le apparenze di una vita che incede con tutte le sue incertezze.
Gli scritti qui riuniti si stagliano su un arco temporale che copre ben 60 anni di vissuto e di poesia. Arduo quindi il compito di presentare in poche righe il lavoro e la ricerca artistica che sottende in maniera specifica ogni singolo testo. Estremamente varia anche la metrica e la versificazione. Dalla forma canonica del sonetto alla libertà espressiva della prosa lirica, Rêve au creux de la nuit, accoglie al suo interno versi e prose liriche di composizione eterogenea e multiforme.
La dimensione onirica, presente sin dal titolo, rappresenta il tentativo di sondare la parte oscura del reale, la dimensione più segreta e misteriosa del vissuto. Una certa sensualità cadenza tutta la raccolta. E ritroviamo non più il sogno, ma i due corpi l’uno contro l’altro “au creux de la nuit”, in questo spazio liminare del fondo della notte propizio alla “rêverie”:
Notre longue nuit de partance
Ton corps de ténèbres endormi
Nos deux corps au creux de la nuit
Ta caresse est tombeau de silence
Obscure forêt profonde nuit
Mon soleil mon sang de roche
Tu brilles tant sous mes yeux clos
La nostra lunga notte di partenza
Il tuo corpo di tenebre addormentato
I nostri due corpi in fondo alla notte
La tua carezza è tomba di silenzio
Oscura foresta notte profonda
Il mio sole il mio sangue di roccia
Tu splendi tanto sotto i miei occhi chiusi
Sensualità che abita anche la prosa lirica in slanci passionali dove i corpi disegnano nuove linee e l’esplorazione porta a sentire le insenature più intime e misteriose delle curve femminili. Le creux de la nuit diventa in questo caso «le creux de ton corps où tes lèvres me sentent» e il lettore si ritrova trasportato in una dimensione onirica dai toni ardenti e suadenti:
Les femmes savent aimer en rêve et jouir tout autrement. Tu dis rêve et tu cries ma blessure t’a fait mal. Crois-tu que n’atten-dent tes seins que le moule de ma main ? La forme de tes yeux qu’attend-elle ? Et le creux de ton corps où tes lèvres me sentent. Va je sais tout cela et tes ruses et tes pièges et ton sourire caché comme un lièvre haletant. Tes bras le torse me couronne et ta bouche remue j’y riverai la mienne. Plus sûrement qu’une morsure te fera crier ce baiser qui te saigne.
Le donne sanno amare in sogno e godere diversamente. Tu dici sogno e gridi la mia ferita ti ha fatto male. Credi che i tuoi seni non aspettino altro che lo stampo della mia mano? La forma dei tuoi occhi che cosa aspetta? E le cavità del tuo corpo in cui le tue labbra mi sentono. Va io so tutto questo e le tue astuzie e le tue trappole e il tuo sorriso nascosto come una lepre ansimante. Le tue braccia il torace m’incorona e la tua bocca si muove ci unirò la mia. Sicuramente più di un morso ti farà gridare questo bacio che ti fa sanguinare.
Alla dimensione onirica e sensuale viene spesso contrapposta una dimensione molto concreta e urbana. L’autore canta Parigi come la sua città, città di libertà, dove la primavera rinasce ai giardini delle Tuileries, dove si bevono i “café-crème” nei pressi delle “gares” e dove sulle rive della Senna l’amore ha occhi color pervinca. Al tempo stesso, però, il poeta sembra soffrire e ricercare continuamente gli spazi aperti, le praterie, le distese infinite, uno stato di natura selvaggia che assume i toni di un acceso esotismo:
Ô forêts ardentes pécheresses je ne suis qu’un fantôme qui meurt au jour levant. Ma ville survolée de nuages pendant sur tes falaises crie bonheur au vieilles maisons noires. Les tamaris som-meillent aux îles tropicales. Je veux voir le ciel vert ou les arbres s’enlisent. Je veux crier l’avenir du monde dans un chant de jaguar où le sang bat aux tempes. Ô le cri de la panthère ce cri vaste que j’hume.
Oh foreste ardenti peccatrici io sono solo un fantasma che muore al sorgere del giorno. La mia città sorvolata di nuvole che pendono sulle tue scogliere grida felicità alle vecchie case nere. Le tamerici sonnecchiano nelle isole tropicali. Voglio vede-re il cielo verde in cui gli alberi sprofondano. Voglio gridare il futuro del mondo in un canto di giaguaro dove il sangue batte nelle tempie. Oh il grido della pantera questo grande grido che io fiuto.
Ritroviamo accenti esotici in tutto il componimento Amazone, Amazones o ancora in Îles, Ailes, Elles, Paroles de vent e altri esempi. Il tema del viaggio è di per sé un tema caro all’autore, viaggi onirici o viaggi per città, per mare, il viaggiare è spesso un vagare per prendere coscienza della solitudine dell’essere al mondo:
J’ai beau hurler à tue-tête dans le désert d’Halimazeth, de Zénobie ou d’Aznarette, personne n’est là pour m’écouter. De quel-que pays que je gronde, dans la solitude profonde des forêts de Carinthie, nul gémissement ni soupir ne répondait à mes cris. Sur les plus hauts sommets de Bretagne, du Tibet ou de Cocagne, j’ai beau sermonner la montagne, nul écho de mon message n’a abouti.
Si je vais sur les mers, les océans les plus austères parler aux déferlantes vagues, nul n’entend mes doléances et mes avis. Je suis allé au cœur des villes, de Pékin jusqu’à Séville où les populations pullulent, mais tous allaient droit devant sans écouter mes diatribes, sourds et insensibles. À qui dois-je m’adresser ?
J’ai retrouvé les pas perdus de la gare Saint-Lazare. Je voudrais les rendre à ceux qui les ont égarés. Mais qui sont-ils ? Je n’ai pas leur adresse.
Ho urlato a squarciagola nel deserto d’Halimazeth, di Zenobia e di Aznarette, non c’è nessuno ad ascoltarmi. Qualunque sia il paese in cui porto la mia parola, nella solitudine profonda delle foreste di Carinzia, nessuno rispondeva alle mie grida nessun gemito nessun sospiro. Sulle più alte cime della Bretagna, del Tibet o della Cuccagna, ho ripreso la montagna, nessun eco del mio messaggio è arrivato.
Se vado a parlare ai frangenti sui mari, sugli oceani più austeri, nessuno sentirebbe i miei lamenti e i miei pareri. Sono andato nel cuore delle città, da Pechino a Siviglia dove pullulano le popolazioni, ma tutti andavano avanti senza ascoltare le mie diatribe, sordi e insensibili. A chi devo rivolgermi?
Ho ritrovato i passi perduti della stazione di Saint-Lazare. Vorrei renderli a coloro che li hanno perduti. Ma chi sono? Non ho il loro indirizzo.
I passi perduti dei passanti delle stazioni resteranno così per sempre dei passi anonimi e solitari in un mondo che va di fretta e dove siamo solo di passaggio. Il viaggio assurge in altri contesti a una funzione quasi catartica nel riportare l’io all’origine della vita. Come in un processo di rinascita, sposando la dimensione di vero e proprio “rebirthing”, l’io, attraverso un percorso di consapevolezza e di crescita individuale, ripercorre le tappe essenziali per ritrovare quella felicità innocente. Dalla prima luce che quasi trafigge la pelle, al pri-mo grido di voce che segna il primo respiro, il ritorno al momento della nascita è un percorso a ritroso verso le parole che c’incantano per ritrovare il nostro “io” più profondo:
PETIT VOYAGE
Ramenez-moi à ma naissance
Où le jour perce la peau
Au regard au froid à l’attente
Cri cinglant plage inabordable
Ramenez-moi à ma naissance
Il est des mots qui nous enchantent
Qu’on atteint l’oreille aux abois
Rappelez-moi à la prudence
Il est des lieux qu’on ne voit pas
Il est des mots qui nous enchantent
Ramenez-moi à ma naissance
À petits pas
Au jour d’été
Aux vents tricheurs
Au temps songeur
À la halte dans le bonheur
Ramenez-moi par-delà l’enfance
Je vous dirai
Qui je suis
Mai 1952
PICCOLO VIAGGIO
Riportatemi alla mia nascita
In cui il giorno trafigge la pelle
Allo sguardo al freddo all’attesa
Grido sferzante spiaggia inaccessibile
Riportatemi alla mia nascita
Ci sono parole che c’incantano
Che ci raggiungono di nascosto
Richiamatemi alla prudenza
Ci sono luoghi che non si vedono
Ci sono parole che c’incantano
Riportatemi alla mia nascita
A piccoli passi
Al giorno d’estate
Ai venti ingannevoli
Al tempo sognatore
Alla fermata nella felicità
Riportatemi oltre l’infanzia
Vi dirò
Chi sono
Maggio 1952
L’infanzia è d’altronde spesso evocata dal poeta. Infanzia “rovinata” in Les enfants gâchés: «Nous aurions voulu dans notre prison un peu d’enfance / Mais les garde-fous nous avaient gardés de l’espé-rance Avremmo voluto nella nostra prigione un po’ d’infanzia / Ma i parapetti ci avevano difeso dalla speranza». Ciò che davvero interessa il poeta sono ancora una volta i passaggi, al limite del sogno e di un “ailleurs” di tipo rimbaldiano: l’infanzia costituisce un dono delicato come una bomboniera di porcellana:
J’ai rêvé de passages où la vie serait autre, dans « l’ailleurs » rimbaldien, une vie proche et secrète, inconnue et familière, j’entrerais dans la boutique des souvenirs et des avenirs. L’enfance serait un présent comme une bonbonnière de porcelaine ou le gant d’une diva disparue. Le présent offrirait à tous nos sens la minute et l’heure pleine et comblée.
Ho sognato passaggi in cui la vita sarebbe stata diversa, nell’“altrove” rimbaldiano, una vita vicina e segreta, sconosciuta e familiare, sarei entrato nel negozio dei ricordi e delle cose future. I fronzoli appassiti, le lettere d’amore ingiallite, i ritratti seppia, i tessuti passati, i fiori di velluto sgualciti, si sarebbero trovati vicino ad altri oggetti di cui avrei ignorato provenienza e utilizzo. L’infanzia sarebbe stato un presente come una bomboniera di porcellana o il guanto di una diva scomparsa. Il presente avrebbe offerto ai nostri sensi il minuto e l’ora piena e colma.
Uomo che passa o tempo che passa, questo passare scandisce i ritmi delle stagioni della vita e l’inesorabile scorrere del tempo:
Passer d’un passage à un passage identique pour revenir par le passé pousser la porte des regrets n’a pas plus de sens que d’entrer avec un bouquet de roses pour l’offrir à la vendeuse d’un magasin où l’on vient acheter des fleurs.
Passare da un passaggio ad uno identico per andare a ritroso nel tempo e spingere la porta dei rimpianti non ha senso, così come non ne ha entrare con un mazzo di rose per offrirlo alla commessa di un negozio di fiori.
Infine per Maurice Cury la vita non è che un testo di passaggio, ossia un testo in cui sono iscritte, cancellate e poi riscritte delle parole, dei segni. Un palinsesto i cui messaggi a volte non si decifrano più o al contrario lasciano intravedere la propria essenza:
La vie au bout du compte est comme un palimpseste
Où sont écrits, effacés, raturés, réécrits
Des lignes et des pages qu’on ne déchiffre plus
Si l’on peut lire encore parfois quelque message révolu
On peut dire, mes amis, que la fête fut belle
Que le chemin fut court au bout de compte
Que les comptes ne sont pas tout à fait soldés
Que les jeux sont faits quand rien ne va plus
Que dans l’impasse on perd et manque
Quand rouge et noir toujours reviennent à la banque
La vita in fin dei conti è come un palinsesto
In cui sono scritte, cancellate, depennate, riscritte
Linee e pagine che non decifriamo più
Se possiamo leggere ancora talvolta un messaggio passato
Possiamo dire, amici miei, che la festa fu bella
Che la strada fu breve in fin dei conti
Che i conti non sono affatto pagati
Che i giochi sono fatti quando nulla è più valido
Che nell’impasse ci perdiamo e manchiamo
Che rosso e nero ritornano sempre alla banca
E in questo gioco d’azzardo che è la vita, non rimane quindi che sperare che la festa sia stata bella. Il poeta si lascia anche dimenticare perché in fin dei conti, del senso della nostra esistenza non rimane che una grande incertezza:
Laissez-moi, oubliez-moi, je ne vous écoute pas
Je n’écoute plus rien, plus personne
Je ne suis plus rien, je ne suis plus personne
J’écoute les cris des suppliciés, les plaintes des affamés
Je ne peux moi-même que palabrer dans le désert
Je ne peux pas grand-chose sinon essayer de me garder en vie
Et continuer jusqu’au bout à grandir dans l’indignation
Me consumer dans l’incertitude
Lasciatemi, dimenticatemi, non vi ascolto
Non ascolto più nulla, più nessuno
Non sono più niente, non sono più nessuno
Ascolto le grida dei suppliziati, i lamenti degli affamati
Non posso far altro che gridare io stesso nel deserto
Non posso fare grandi cose se non provare a tenermi in vita
E continuare fino alla fine a crescere nell’indignazione
Consumarmi nell’incertezza
Messaggio filosofico di una poesia dell’indefinito dove lo sfumato domina tutte le tinte. La raccolta poetica di Maurice Cury s’inserisce per questa sua percezione del reale in pieno movimento intuitista costituendone uno splendido esempio.
Università di Cagliari, 24 maggio 2016