Dotoli Giovanni, “Il Poeta il Destino. Poema-teatro / Le Poète le Destin. Poème-théâtre” (2016) – Introduzione di Claudia Canu Fautré

Giovanni Dotoli, Il Poeta il Destino. Poema-teatro / Le Poète le Destin. Poème-théâtre, prefazione di Mario Selvaggio, introduzione e cura di Claudia Canu Fautré, traduzione in francese a cura degli Studenti del Secondo Laboratorio di Traduzione e Creazione Intuitista (Valeria Aresu, Massimo Cara, Sara Cardia, Martin Chef, Alessio Faedda, Claudia Grazia Garau, Alessandra Marongiu, Enrico Motzo, Martina Mura, Ivana Murgia, Veronica Olla, Chiara Pacini, Marianna Piroddi, Stefania Pisano, Michela Podda, Carla Porru, Susanna Seoni, Angela Maria Serra, Victoria Triboi, Graziella Trudu), coordinato e diretto da Claudia Canu Fautré (Facoltà di Studi Umanistici – Università di Cagliari), composizioni musicali di Étienne Champollion, Roma, Edizioni Universitarie Romane, Coll. « Les Poètes intuitistes / I Poeti intuitisti n. 12 », 2016, 188 p.

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Claudia Canu Fautré

UT MUSICA POESIS

 

Incredibile summa di una poetica poliedrica, Il Poeta il Destino è scandito dal ritmo del verso che unisce musica e interpretazione scenica. Volontà per Giovanni Dotoli di ritornare agli albori della poesia, alla necessità tutta umana di aggiungere un suono vocale al ritmo martellante delle musiche primitive per esprimere la creatività della poiesis. Ancor prima della nascita della scrittura, la poesia cantata o raccontata era un tutt’uno con la musica e col ritmo.

La raccolta poetica dell’Autore di Volturino si articola, infatti, in atti e poi scene intramezzate da vere e proprie partiture musicali per pianoforte composte da Étienne Champollion che fanno eco ai versi che seguono e dei quali riprendono il medesimo titolo. Musica e poesia ritrovano quindi all’interno del testo la stessa forza atavica dei primi versi e dei primi componimenti cantati e musicati.

Giovanni Dotoli va però oltre, non solo musica, ma vera e propria messa in scena teatrale. Il Poeta il Destino si apre con la presentazione dei personaggi che animeranno questo Poème-théâtre, come recita il sottotitolo della raccolta, con preziosi dialoghi di portata spesso metafisica. È sotto il buon auspicio del pensiero di Roger Gilbert-Lecompte – «Le monde onirique est un système de visions cohérent et universel ainsi que le monde extérieur» – che la raccolta si inscrive simbolicamente tra sogno e realtà laddove il mondo onirico raggiunge un sistema di valori che è universale e ben reale. Messa in scena e teatralità, verso e musicalità, come rappresentazioni del reale, rappresentazioni nel senso filosofico del termine col rimando platonico al riprodurre la cosa reale attraverso il suo riflesso nell’anima. Interiorizzazione e interpretazione sono le doti del poeta capace di restituire questa realtà animata dal soffio vitale e creativo dell’Uomo.

Il poema-teatro si apre, quindi, con la presentazione dei personaggi che sono simbolicamente sette (numero caro all’autore e che ritorna in tutta la raccolta):

Io

Il destino

Due sorelle: Francia e Italia

Sette uccelli

Una donna

Un passante

Un ulivo

I primi due personaggi rinviano al titolo della raccolta: Io e il Destino ossia Il Poeta il Destino.

In questo binomio si ritrova ciò che l’opera d’arte deve raffigurare, ossia il disperato eppur inevitabile tentativo di risolvere il contrasto tra uomo e natura, umanità e divinità[1]. Hölderlin, ad esempio, in una lettera in cui dichiara di aver raggiunto i suoi principi poetici in una appassionata frequentazione delle opere dei Greci, dà perfino una definizione della tragedia che il lettore non può fare a meno di riportare all’Empedocle. I Greci rappresentavano, secondo Hölderlin, il divino in forma umana, ma sapevano che l’arte poetica «non poteva mai far diventare dèi gli uomini e uomini gli dèi […] bensì avvicinare gli uni agli altri dèi e uomini. La tragedia lo dimostra per contrarium. Il dio e l’uomo sembrano un’unità, e in questo vi è un destino, che suscita tutta la sottomissione e l’orgoglio dell’uomo, lasciando come conseguenza una venerazione per i celesti da un lato, un animo purificato come umana proprietà dall’altro»[2].

Se in Hölderlin è il protagonista nel quale si compie il destino a mantenere in cambio «un animo purificato come umana proprietà», in Giovanni Dotoli è il poeta che intraprende una parabola iniziatica, un viaggio nell’universo, all’insegna della ricerca del senso della vita, laddove l’arte, e la poesia in particolare, sono capaci di vincere tutto, persino la morte:

La morte sola

Triste si allontana per le valli

Prigioniera di parole

Mesta piega la testa

Cieca di errori

E malinconia della pietà

Nulla può ora

Contro la tua poesia

Allo stesso modo di Hölderlin e al pari di Goethe, la tragedia non viene qui considerata soltanto da un punto di vista artistico ma nella sua antica accezione greca. Per loro, nella tragedia non si compie un destino umano qualunque, bensì il destino dell’esistenza umana come tale e il suo finale non costituisce quel «conciliante arrotondamento» che, secondo Goethe, «propriamente si esige da ogni dramma, anzi da ogni opera poetica in genere», bensì la verità del divino e dell’umano[3]. In Giovanni Dotoli, il poeta, protagonista assoluto di tutto il suo Poema-teatro, si fa portatore di luce, rivelatore di verità, difensore della libertà e della fratellanza. Un tutt’uno con le stelle e il sole: la sua rotta sarà illuminata dall’amore («Luce sarà il tuo amore») e il suo destino consisterà nel portare tale luce agli uomini, nel cantare la «rivelazione dell’Essere».

In questa rotta verso la luce, ritroviamo gli altri personaggi, che costituiscono gli elementi portanti nella traiettoria personale del poeta: Due sorelle, Francia e Italia. Esse accompagnano il poeta nella ricerca del «senso del mistero / E l’origine della parola», simboleggiano la fratellanza dei popoli e sono detentrici della storia: «La storia è dentro di noi / Con il suo insegnamento / Ogni giorno messo alla prova».

I sette uccelli incarnano ancora una volta la musica, musica o musicalità del creato. Il numero sette rinvia esplicitamente alle sette note, note di cui la poesia costituisce l’arco:

Siamo i protettori della musica

Noi organizziamo la partitura dell’etere

Usiamo solo poche note

Nel turbinio del Creato

Raccogliamo le ceneri

Le trasformiamo in oro

La nostra orchestra

È una tempesta di luce

Ut musica poesis

È il nostro motto

La poesia è l’arco delle sette note

Il loro messaggio di pace, annunciato simbolicamente dalla colomba, è racchiuso nella parola poetica stessa. Solo la poesia è in grado di abolire il dolore, di portare gioia al cuore, di aprire le menti e unire tutti i popoli del mondo. La poesia, come la musica, diventa linguaggio universale, e il poeta è ormai conscio del suo compito di servitore dell’Umanità: «Mi sento finalmente poeta / Al servizio di tutti / Oggi e domani».

Una donna, un passante e un ulivo sono gli altri tre personaggi del poema-teatro dotoliano.

La donna ha una sensibilità tale che le permette di sentire «palpitare il mondo / E gli dei tutti». In tal modo, essa si fa tramite tra gli uomini e gli dei. Figura legata alla vita, alla nascita e alla procreazione, la donna si presenta con questi versi:

Sono l’estasi dell’offerta

Sono ritmo senza posa

L’armonia è nel mio corpo

È trama della mia pelle

Tutti i poeti del Creato unisco

Con potere profetico la figura femminile è poi presente anche sotto le vesti della madre che presagisce l’errare del poeta in cerca di verità:

Penso e ripenso

La profezia della madre

Nel campo di grano

Un giorno di luglio alla montagna

“Andrai – mi diceva – Per monti e per valli

La verità tu cercherai

La troverai un giorno

Nell’ansa della fame

Non avrai più paura del buio

E veloce andrai

Dove la luna ogni notte riposa

Dal giorno del passaggio

Di Dio per l’amata terra

A salvezza degli uomini”

Il passante e l’ulivo assurgono infine ad altre funzioni ancora. Il passante informa sul luogo in cui il poeta e il destino si trovano. Luogo senza nome, centro dell’amore, a patto però di lasciarsi andare e di sognare come bambini.

Riecheggiano, nell’incontro con il passante, reminiscenze dantesche, quando Dante accompagnato, non dal destino, ma da Virgilio, nel suo ben noto viaggio iniziatico di discesa agli Inferi, incontrerà numerosi “passanti” che lo informeranno a sua volta sul luogo in cui si trova.

Infine l’ulivo, albero caro al poeta mediterraneo, è ancora una volta simbolo di pace. All’interno de Il Poeta il Destino, l’ulivo rappresenta l’energia vitale e la memoria dei popoli. Le sue fronde e il suo tronco millenari hanno assistito a «Guerre scontri tragedie / Alluvioni siccità tempeste», eppure mai ha perso la speranza «Sulla via della fratellanza / L’unica possibile / In un mondo troppo pazzo».

L’ulivo è detentore della lingua dei padri, conosce l’uomo dalla notte dei tempi e con la saggezza del griot racconta al poeta e al destino la storia di una donna e di un uomo che trovando il proprio cammino insieme diventeranno Sole e Luna. Al poeta non rimane, dunque, che proseguire per la sua rotta, con fiducia, per trovare la propria strada.

Il poema-teatro composto da quattro atti e intramezzato da numerose scene e canti si conclude con il Canto finale, in cui donne e uomini della terra sono ormai riuniti per lottare contro l’assurdo e ritrovare in seno alla poesia il senso della vita, dove scienza e poesia sono ormai indissociabili:

Donne e uomini della terra

Lottiamo contro l’assurdo

Facciamo appello all’intuizione

Slanciamoci alla vera vita

Ridiamo lo spirito alla scienza

Mai più tecnica senza poesia

Siamo profeti d’anima

Si risvegli l’Occidente

Nell’emozione dell’arte

Accendiamo l’albero blu

Lassù in cima al monte

Si uniscano insieme

Passato presente e futuro

Guardiamo dentro di noi

Tornerà la luce

Illuminerà il mondo

Dipinto di verdi prati

E stele luminose irte al destino

 

I fiati suonano l’Inno alla libertà

Lentamente si chiude il sipario come fiore nella notte alata sulle note della libertà

 

È quindi sulle note dell’Inno alla libertà che Il Poeta il Destino si chiude, ritrovando nel connubio poesia-musica quella forza atavica del verso che è parola e musica allo stesso tempo, messaggio universale e linguaggio capace di abbattere ogni barriera. Ancora una volta, in maniera magistrale, Giovanni Dotoli dirige questa orchestra polifonica, per rivelare al lettore e ai posteri il messaggio del poeta al mondo, messaggio in cui si inneggia alla libertà, alla fratellanza e all’amore.

Università di Cagliari, 16 maggio 2016

 

 

[1] Ecco i versi che costituiscono il Prologo della raccolta e che la aprono simbolicamente: Sulla rotta del silenzio. Melodia dolce // Ho un solo punto fisso / Ascoltare la voce del vento / Cosa dirà mai questa voce? / Nessun dubbio / È la voce di Dio / Sulla rotta del silenzio / Dove s’incontrano / L’Uno e il mio cuore / Un cavallo mi sussurra / “Non andare avanti / Quella rotta non esiste” / Galoppo veloce / Come angelo nel deserto / È assente Dio / Grida un’altra voce / “Come – rispondo − / Non senti che la sua voce / È lì davanti a me / E che annulla la morte e il vuoto?” / Apro una finestra / Che spettacolo sul Creato / Paesaggi infiniti / E distese di luce // Si perde la musica lontano.

[2] Walter Friedrich Otto, Il poeta e gli antichi dèi (1942), Napoli, Guida Editori, 1991, p. 94.

[3] Ibid., p. 95.

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