Aubaude Camille, “Poèmes d’Amboise / Poesie per Amboise” (2015) – Prefazione di Giovanni Dotoli

Camille Aubaude, Poèmes d’Amboise / Poesie per Amboise, prefazione di Giovanni Dotoli, traduzione e cura di Mario Selvaggio, Roma, Edizioni Universitarie Romane, Coll. « Les Poètes intuitistes / I Poeti intuitisti n. 7 », 2015, 99 p.

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Giovanni Dotoli

LA POESIA È CONOSCENZA

 

Leggere la poesia di Camille Aubaude è come lasciare il tempo odierno che stringe il cuore. Una poesia nuova e antica, che quasi raccoglie l’invito al viaggio di Guillaume Apollinaire e di Jean Cocteau: che il verso si snodi sempre fra tradizione e innovazione, fra i miti ancestrali e le rovine del tempo odierno.

Forse Camille Aubaude ha costantemente presente questa affermazione di Gaston Bachelard: «La poésie nous apporte des documents pour une phénoménologie de l’âme». Tutta la sua poesia è infatti una fenomenologia dell’anima, un discorso sull’io, un dialogo arcano con il tempo.

Partendo dalla sua mitica casa di Amboise, la «Maison des Pages», dove aleggia lo spirito di Leonardo da Vinci, Giovanna d’Arco, San Francesco di Paola, ed anche forse di Francesco I, i versi antichi e moderni di Camille Aubaude ci portano lontano, lungo la quiete dell’acqua della Loira, all’azzurro del Rinascimento francese, tra suoni di arpa e voci gridate al vento dalle torri dei castelli.

È una poetica del sogno e della vita, della storia e dell’oggi. Camille Aubaude scrive come presa da un raptus mistico, con lo sguardo incantato di un’eroina greca. C’è nei suoi versi la mistica della Natura, del Cielo, degli Alberi, delle Nuvole. Il Creato torna a essere il centro del sogno e del reale, in un rapporto con l’Olimpo più che con il Paradiso.

Due lezioni sono centrali. La prima: la poesia è un impegno ecologico dell’universo. Leggiamo e rileggiamo i miti per comprendere il male che sta aleggiando intorno a noi, e per sconfiggerlo, non con le armi, ma con la parola alata della poesia. La seconda: la poesia non ha bisogno di avanguardie e di grida che spezzano il ritmo della lingua, squartandola in cosiddetta poesia in libertà. La poesia è un canto del cuore. La poesia è un atto supremo di conoscenza. Non un vanto di lamenti, ma un grido di dolore profondo, tra antico e moderno, per un ritorno all’orchestrazione della natura e del cielo, con lo sguardo al futuro, perché tutto consegneremo ai nostri figli. Non dice Jean Cocteau che «le poète se souvient de l’avenir»?

Sì, Camille Aubaude si ricorda del futuro, di ciò che saremo un giorno, vagando tra le ombre della «Maison des Pages», questa casa di pietre e di storia, vera, da lei abitata, con un grande giardino di alberi parlanti e di erbe odorose, e le linee dell’azzurro, per andare lontano, dove finalmente si possa parlare e sognare, seduto sulla riva dell’acqua, di un lago o di un fiume.

L’immaginario della nostra poetessa parte dai punti della storia mediterranea, per involarsi al canto di sirene e personaggi che a scuola ci sembravano mummie, e che in lei invece ritrovano la vita. La cultura si fa poesia vera. Forse non ha ragione Gustave Flaubert, quando afferma che la cultura deve essere bandita dalla poesia. Nella scrittura poetica non va mai messa da parte quella cultura che è sogno, unione tra Oriente e Occidente, orfismo, canto della solitudine.

I versi di Camille Aubaude ci riportano al tempo della resurrezione della poesia francese, di quella Pléiade che intorno a Pierre de Ronsard ha costruito il futuro, passando per Jean Racine e Victor Hugo. E le forme utilizzate vanno ancora più lontano, al Medio Evo, tempo di Dio e di preghiera. Chi mai più oserebbe scrivere in rondelli e ballate, ritmi greco-latini, e citazioni di personaggi greci?

Camille Aubaude ci ammonisce che la poesia non è solo combinazione di versi e giri di frasi, ma anche parola di saggezza e verità, quelle scritte dalla natura nella terra, sugli alberi e nel cielo. Mi sembra di rileggere Marcel Proust: «Le style pour l’écrivain, aussi bien que la couleur pour le peintre, est une question non de technique, mais de vision». Camille Aubaude vede, segue visioni che sono rivelazioni, tonalità armoniose dell’animo, mondi che sono conservati dentro di noi.

Il tutto nella luce dello sguardo e della Natura. Abbiamo conferma che il poeta vede nella luce, e che la stessa notte è per lui luce. La poesia allora decifra, scruta, legge l’infinito. Ancora Jean Cocteau, maestro di miti greci redivivi: «[La poésie] dévoile dans toute la force du terme. Elle montre nues [sic], sous une lumière qui secoue la torpeur, les choses surprenantes qui nous environnent et que nos sens enregistraient machinalement». Questo atto di svelamento è un vivere poeticamente il mondo, sulla linea di Friedrich Hölderlin, perché l’uomo non può che vivere poeticamente, essendo la poesia il reale assoluto.

E mi torna alla mente Charles Baudelaire, un altro amante di miti: «La poésie est ce qu’il y a de plus réel. C’est ce qui n’est complètement vrai que dans un autre monde». Lo sa bene Camille Aubaude, incrociando in ogni poema un altro mondo, che sembra lontano, ma che è nascosto in noi, perché noi siamo miti e realtà.

In questa antologia poetica la poesia torna ad essere essenza, realtà sostanziale, memoria di bellezza, «acte de connaissance», per citare Yves Bonnefoy. Siamo ai limiti della metafisica, del divino, nella «permanence» e nell’«unità dell’Essere», per dirla con Saint-John Perse.

Scrive Camille Aubaude: «La guérison vient du sang des cœurs»; «Fantasmagorie mêlant Mort et Vie»; «Je pleure pour exister»; «Illusion et hallucination, / Me poussent nuit et jour à voyager !»; «N’est-il autre espoir que le silence et l’ombre»; «Je m’éveille d’un sommeil d’or».

Svegliarsi da un sogno dorato. Per farlo, entriamo allora nella «Maison des Pages». Ritroveremo memorie e segreti. Ci estasieremo di fronte alle luci dei ritmi di una casa che tutto contiene della stessa Francia in divenire, gridando:

Pour que la lumière brille

Sur un monde où tout vacille.

Chante la Beauté humaine !

Camille Aubaude ha compiuto il suo dovere. Essendo «une âme sainte», ha estratto la quintessenza dalla pietra, dalla terra e dal Creato. Come Charles Baudelaire, potrebbe gridare al lettore:

Tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or.

Oro di silenzi, ricordi, bruciori, angosce, salvezza, in una parola, di poesia.

Università di Bari, 22 febbraio 2015

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