Blavin Jean-François, “Les Chants tumultueux du verbe / I Canti tumultuosi del verbo” (2014) – Postfazione di Giovanni Dotoli

Jean-François Blavin, Les Chants tumultueux du verbe / I Canti tumultuosi del verbo, préface de Sylvie Biriouk; traduzione e cura di Mario Selvaggio; postfazione di Giovanni Dotoli, Roma, Edizioni Universitarie Romane, Coll. « Les Poètes intuitistes / I Poeti intuitisti n. 2 », 2014, 169 p.

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Giovanni Dotoli

IL POETA FLÂNEUR IMPEGNATO

 

Si dice che i titoli parlino quanto se non più del testo. Il titolo di questa antologia di Jean-François Blavin parla, dice la verità del testo, introducendo il lettore in medias res: I Canti tumultuosi del verbo. Parlano allora il titolo e il testo, all’unisono. Il verbo del poeta Jean-François è un meraviglioso viaggio di parola, una passeggiata per spazi urbani via la parola.

Ogni luogo della città, soprattutto i caffè, le stazioni e il metrò, sono un invito a passeggiare con il poeta, per guardare insieme gli spazi tutt’intorno, deambulare nella realtà e nella fantasia.

Jean-François Blavin ci invita ad andare, a osservare, a meditare. È un flâneur alla Guillaume Apollinaire o alla Blaise Cendrars, o forse meglio alla Paul Verlaine. Ecco, in questi versi rivedo il Verlaine dei caffè parigini, in cui egli inventa il suo verbo poetico davanti a un bicchierino di assenzio.

E la poesia ritrova se stessa, cioè il contatto con il reale. Come suggerisce Goethe, non c’è poesia senza visione-ispirazione di quanto ci circonda. Così Jean-François Blavin, con una scrittura cinematografica vieux temps, osserva, commenta, tutto rende lirico, va al fondo delle piccole e grandi cose, facendoci scoprire il film di tante storie, di oggetti dimenticati, di persone che vivono a margine della vita cosiddetta normale – ma dov’è la norma, chi la fa, chi la decide?

Così tutti invita con lui, a bordo della sua barca ideale: «Voulez-vous venir avec le poète ?». E il lettore non può rifiutare un invito così accattivante.

La città si para davanti a lui come una scena di teatro. Il mondo è teatro, e sogno, come ci dicono i poeti barocchi. Come loro, Jean-François Blavin usa un piccolo cannocchiale pervedere da vicino i particolari, le sfumature, l’andare ondulante degli esseri umani, e anche degli animali e delle piante.

Jean-François Blavin si fa spettatore e testimone. Egli passeggia nel tempo e nello spazio con la telecamera dei segreti , anche quando è appesantito dal «lot des déboires», o quando «halète proche des humains le son du tocsin».

Leggere il mondo per poesia significa seguire «les flocons des souvenirs» e delle «passions». L’invito del poeta si fa sempre più pressante: «Viendrez-vous avec le poète ?».

Soltanto il poeta si accorge dei drammi che pure sono evidenti sotto i nostri occhi:

Dans la rue étroite que personne ne reconnaît

À l’angle mort de la ruelle

Où l’ultime librairie abandonne

La partie au profit de l’enseigne de nippes

Le gardien des livres a mis la clef sous la porte

Le bonheur des livres est à l’encan

Chi vede «où sont passés les ‘Sans-Abri’»? E cosa «sont leurs tentes devenues ?». Chi si rende conto della misera che è intorno a noi? Chi legge la solitudine che inesorabilmente avanza? Il poeta non si lascia incantare dalle belle sirene della tecnologia:

Il ne veut point dans le lit

Des technologiques sirènes

S’abandonner

Elles chantent dans ses oreilles et dans ses yeux

Pour le retenir captif, plus mort que vif.

Egli preferisce il sole, la luna, la natura, l’aria:

Il préfère encore le soleil

Et le parfum des forêts et les cascades en fête

Et le cuir des livres en sensualité offerte

Et la caresse rauque de la plume

Sur la peau de la page.

Ecco allora la domanda pressante:

À quoi pense un poète

Hasardant ses images

À force d’averses, fleuves

S’échappant des lits

À force d’êtres fuyant

À force d’êtres s’en revenant

Au tourniquet des destinées

Il poeta Jean-François Blavin ha scelto un «enviable observatoire / Scandé par le seul roulement routinier des flots», dal quale osserva il passaggio del tempo e delle cose, gli amori che vanno e vengono, la chiusura dell’uomo di fronte all’evidenza.

In logori stracci si presenta al simbolo del nostro tempo, il banchiere, e rivendica la sua identità, il senso dei suoi abiti démodés, le sue emozioni uniche, fino a far esclamare il povero banchiere: «Comme je vous envie, comme j’aurais aimé être artiste !».

Jean-François Blavin va ascoltato, va letto, con occhi ben aperti:

On dit ça va et on passe

Et la vie ainsi va

Et la vie va son chemin

On rêve, on s’éveille

On rêve à la veille

Du jour qu’on attend

On est vigile guettant

L’heure blême

Nel suo «havresac de poésie dans le marécage», Jean-François Blavin sollecita «la mémoire claire»:

Du soleil dans les bas-fonds de la ville

Où errent les âmes citadines

Au cœur de la souffrance muette

Que n’éclaire nulle lueur de vitrail

Il flâneur non è solo un sognatore. La sua tristezza riviene dai muri lebbrosi, dalle colombe che hanno perso la rotta, dalle stelle che non brillano più come un tempo, dai corvi alla Edgar Allan Poe o alla Charles Baudelaire che tutto hanno invaso. Egli si vede ormai come

un explorateur venu de quelque nuée

À la recherche d’un manuscrit inconnu

Sur lequel auraient pâli infiniment des copistes

Così il poeta cerca «une lumière alliée / Au sortir de la nuit longue».

Ecco a che cosa sogna un poeta. Nella sua solitaria erranza, egli ci guida, come fa Dante Alighieri attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Sogno di poeta, sogno di parola/e: «Le mot est dit / Aimé ou maudit», per donare un senso, e «si possible une poésie».

Fiero della sua missione, Jean-François Blavin rivendica la grandezza del suo ruolo e della sua responsabilità:

L’on dira que je suis inconséquent

tant que l’on voudra

Mais moi je cueille la fleur

pour en humer la source

Et je coule sous mes doigts le blé de blondeur,

pure métaphore, en vérité

pour le rôdailleur des ruelles

l’impénitent vagabond des villes

que je suis

Et pénitent pour toutes mes fautes

je bats ma coulpe, j’étanche le feu des avanies

sans nombre

Puis je repars dans l’onde frissonnante,

Mes pas vers le lointain d’un faubourg.

Jean-François Blavin denuncia, testimonia, fa proposte per la guarigione, suggerisce. La sua sola arma è la parola, sbocciata in un caffè o su una panca. Una parola che si fa diamante:

Les mots chahutent dans mon âme

Et je t’aperçois enfin, mot diamant !

È il vero, unico ruolo del poeta oggi. Grazie Jean-François di avercelo ricordato.

Università di Bari Aldo Moro, 2 agosto 2014

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