Deguergue Rome, “Clair de futur / Barlumi di futuro” (2015) – Prefazione di Giovanni Dotoli

Rome Deguergue, Clair de futur / Barlumi di futuro, préface de / prefazione di Giovanni Dotoli, traduzione e cura di Mario Selvaggio, pictotofographies de / pittotofografie di Patrice Yan Le Flohic, Roma, Edizioni Universitarie Romane, Coll. « Les Poètes intuitistes / I Poeti intuitisti n. 6 », 2015, 149 p.

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Giovanni Dotoli

SULLA GRANDE ROTTA DEI PERCHÉ

 

 

Il lettore e il critico si pongono costantemente le stesse domande: «Cos’è la poesia? », «A cosa serve la poesia?».

Per ottenere una risposta accettabile, consiglio di leggere questa antologia poetica di Rome Deguergue. In essa vi apprendiamo istantaneamente che la poesia è affermazione, conoscenza, emozione, rivelazione, impegno, cioè: vita. È in effetti la vita più reale, più vera, quella che Arthur Rimbaud definiva giustamente come la «vera vita», che vi scorre. Vita forte, vita impegnata, vita sublime, come solo i poeti sono in grado di percepire e di suggerire, così come proclamava con forza Stéphane Mallarmé.

Paul Valéry affermava: «Alcuni si fanno della poesia un’idea così vaga da scambiare questa vaghezza con l’idea stessa della poesia». No, la poesia non è vaga, e di certo mai astratta, né enigmatica né ermetica. Essa ha la sua lingua e il suo linguaggio, il suo mondo e i suoi mondi.

Rome Deguergue conosce perfettamente questo segreto inevitabile dell’atto poetico:

La pietra e la parola trafiggono

Attraversano il muto:

Irruzione del futuro.

Sì la parola trafigge la pietra, quella della vita, questa pietra ancestrale che dimora in fondo al nostro io, così ben scoperta e analizzata da Sigmund Freud e dai suoi successori. Rome Deguergue la annuncia, con la profonda semplicità delle sue parole:

Anche le pietre lo dicono:

La parola inattesa si fa eco

E su uno scarto – su una breccia

La parola riparte verso la sua tranquillità.

Le parole parlano come le pietre. La loro eco è dentro le pietre, che fanno breccia nell’animo umano, come campane il cui suono s’irradia nella valle:

Vado per echi, fremiti – canti della natura,

Lamenti del vento che si prende gioco dei mille e uno granelli di sabbia

Il ricordo di quel che fu qui

Emerge ancora tra le rovine.

La poesia di Rome Deguergue è un’ontologia della memoria tragica, nella sua nudità che spalanca le porte della conoscenza. John Keats affermava: «Un poeta è la cosa meno poetica che esista, perché non ha identità: egli anima e riempie continuamente un altro corpo». La poesia di questa antologia apre il corpo, va per fiumi d’intimità e tragedie della Storia, di ieri, dell’altro ieri, di oggi e di domani.

Rome Deguergue se ne impregna dal periodo che va dagli anni della Seconda Guerra mondiale a Charlie, come se l’essere umano non fosse mai cambiato, come se un’onda misteriosa attraversasse l’orribile malvagità di qualche Clair de futur, un titolo perfettamente tradotto in italiano da Mario Selvaggio: Barlumi di futuro, così come fa per ogni singola poesia.

In questa raccolta lirica scopriamo una poesia libera, un canto del-l’alterità, una poesia dell’altro, questo altro così martoriato, uomo o donna, bambino o anziano. Rome Deguergue infonde una nuova dignità alla poesia: fa e crea (poiein), si ribella, resiste – è una poesia della resistenza –, insorge. Ma nessun incendio, nessuna parola di tribuno del popolo. Per far passare le parole dei mali, bisogna mostrare la luce dell’incendio, più delle sue ceneri. E Rome Deguergue illumina la poesia, in una lingua che procede come gli haiku, per grida e sentenze, frammenti e dolcezze. Ha forse letto Antonin Artaud, il quale affermava: «La poesia è una innervazione magnetica del cuore».

Il cuore di Rome Deguergue parla come una fiamma, senza ironia, senza doppia parola: si ribella all’artificio, per affermare un senso della vita e della storia, per indicare la rotta di una energia che è dentro di noi e che troppo spesso sprechiamo.

Così la poesia è un atto fondatore, un grido nella notte – il poeta ha bisogno di vuoto per volare via –, il lancio di un arco nell’oscurità, che si farà luce, un istante creatore e fecondatore. La poesia non potrà mai dimenticare il «sudore di sangue» (Léon Bloy) della vita.

Da questa raccolta emana proprio il «sudore del sangue», contro ogni barbarie e ogni attacco alla libertà d’espressione e ad altre libertà. Rome Deguergue annuncia con tutta la sua energia che il poeta non dorme mai: sarà lui a salvare il mondo? Compito esaltante e possibile. L’essere del XXI secolo non dovrà unicamente dimenticare: dovrà agire, con un patto-atto di parola. Contro la violenza le sue parole di liberazione. Ascolterà sempre la voce del poeta, libera, chiara, stellata.

La parola di Rome Deguergue lascia per sempre l’«eccentrica perfezione», imboccando il cammino della libertà, quello che segnalava Saint-John Perse in occasione del conferimento del Premio Nobel: «Soltanto l’inerzia è minacciosa. Poeta è colui che rompe per noi con l’assuefazione». Leggere e rileggere queste poesie, per illuminare la strada che sarà la nostra – che è la nostra. «Salire & scendere: tale sarebbe la vocazione del poeta». Salire verso le stelle e scendere nella vita. È un cammino inesauribile, «l’amore realizzato del desiderio rimasto desiderio» (René Char), il desiderabile che si fa impegno.

Il linguaggio ritrova la sua sorgente e il suo cuore, al centro dell’atto di liberazione. Aprendosi al di dentro e al di fuori, esso diventa effrazione e deflagrazione, « canto caosticosmico che s’infrange sull’eternità». «La memoria del tempo» fa risuonare/ragionare la sua sinfonia, tra le note di Johan Sebastian Bach e Wolfgang Amadeus Mozart, lanciando il «suo augusto richiamo». «Per la lotta delle idee, il diritto di scrivere, ridere & disegnare»: «Libertà! Libertà!», è il grido mai a sufficienza lanciato. Per lottare contro la «raffica di odio», «Amatevi gli uni gli altri». L’anima di Rome Deguergue si libera nel linguaggio. La sua poesia sarà – è – del tutto naturalmente ascesi, lotta e supera-mento.

Henri Michaux parlava di «risonanza senza pari», nella parola del poeta. Sì, nei versi di Rome Deguergue possiamo ritrovare una risonanza stellare, «solidale nell’identità» (Gaston Miron). Rome Deguer-gue solleva le pietre tombali del mondo, lanciandole nel cielo come foglie leggere – la poesia è leggerezza di volo –, dinanzi al suo destino esemplare, che è un po’ il nostro e di ogni cittadino del XX e del XXI secolo. Ha sicuramente, ancora una volta, ben presente quanto affermava Saint-John Perse: «Se la poesia non è, come hanno detto in molti, ‘il reale assoluto’, essa ne è la più prossima bramosia e la più prossima apprensione. […] Rifiutandosi di dissociare l’arte dalla vita, la conoscenza dall’amore, essa è azione».

Sulle note di una musica immemorabile, quella dei venti e dei cieli, e sul ritmo aereo e profondo delle immagini di Patrice Yan Le Flohic – quale sublime compagno in apertura di ogni tappa al mistero della lingua –, noi viaggiamo verso la parola che vuole esprimersi.

Rome Deguergue e Patrice Yan Le Flohic affrontano il reale, insegnandoci «a vedere», sulla linea di Rainer Maria Rilke. Da un piccolo filo d’erba o di sabbia, da una goccia d’acqua, da un leggero sibilo nell’aria, è così che il loro sguardo si posa sul mistero delle cose. Azione «pittotofografica»: la poetessa e l’artista fotografo hanno lo stesso sguardo dalla profondità alata. Il loro passaggio è plurimo all’infinito, come i cerchi d’acqua creati da un sassolino lanciato da un bambino.

È una visione del mondo che noi avevamo smarrito. In questa raccolta la ritroviamo, in ogni riga e in ogni immagine. Non è il più piccolo dei messaggi che essa lancia, di pace, d’amore e di vita.

Poesia e immagine intuitive e intuitiste, che ci portano sulla grande rotta dei perché. Ascoltiamo, guardiamo qui, con tutti i sensi ben desti, all’unisono con la poetessa e l’artista, in un solo atto.

Università di Bari Aldo Moro, 15 febbraio 2015

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