Dotoli Giovanni, “Pane” (2015) – Introduzione dell’Autore

Giovanni Dotoli, Pane, nota dell’Editore, illustrazioni di Michele Damiani, Roma, Edizioni Universitarie Romane, Coll. « Poesia per ragazzi n. 1 », 2015, 128 p.

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Giovanni Dotoli

IL PANE È UN DONO DI DIO

 

Ricordo con emozione la povertà della mia infanzia e quella dei miei compagni, nel mio piccolo paese, Volturino, sul Subappennino dauno, a cavallo tra Puglia e Molise.

Povertà e pane viaggiavano insieme. Avere pane significava essere benestanti, guardare il futuro con fiducia, sorridere alla vita.

Il benessere dei nostri tempi, dagli anni ’60 in avanti del secolo scorso, ha fatto dimenticare sofferenze, carestie, miseria e dolori della quotidianità. Pochi ricordano che quel benessere era dovuto anche al lavoro duro di milioni di italiani che avevano scelto la via dell’estero, per sfamare la propria famiglia, soprattutto dal Sud, ma anche da altre regioni dell’Italia. Le loro rimesse erano un vero e proprio ben di Dio, ancorché modeste.

Fra questi eroi del nostro paese, annovero mio padre Domenico, emigrato prima in Svizzera e poi in Germania. E anche mio nonno paterno Antonio, di cui porto il secondo nome, emigrato negli Stati Uniti nei primi anni del Novecento.

Erano quegli emigrati degli eroi del pane, della farina, del desiderio di avere un desco ricco di felicità pur con poco cibo.

Il pane è il simbolo della vita dalla notte dei tempi. L’essere che l’ha inventato va annoverato tra i più grandi geni dell’umanità. Quasi dal nulla, con acqua, frumento e lievito, ha creato il cibo del mondo che ha retto e reggerà a ogni mutamento della storia.

Gli archeologi ci confermano che il pane era il cibo abituale degli Egizi, dei Greci e dei Romani. Quale libro meraviglioso sarebbe quello del romanzo del pane nel Bacino del Mediterraneo. Lungo le sue terre non sono state inventate solo la scrittura, l’algebra, la filosofia, la politica e la democrazia, ma anche e soprattutto il pane.

Forni pubblici e privati, nei centri abitati e nelle campagne, hanno da sempre costituito i luoghi della fragranza, della dolcezza, della fiducia nella terra e nelle virtù dell’essere umano. Si pensi all’odore fantastico del pane nei paesi e nei borghi, nelle case e nei luoghi di ristorazione.

Oggi parliamo di impastatrice, ma fino a pochi decenni fa tutto era il frutto delle sapienti mani delle donne, angeli della casa e della vita. Le rivedo le donne del mio paese affaccendarsi durante tutta la notte, per preparare il pane che avrebbe sfamato la famiglia durante una decina di giorni. Pane d’ogni forma, custodito con amorevole cura in un mobile, un armadio, una madia.

Dire pane significa anche seguire l’industrializzazione, e quindi l’avanzamento della macchina nei lavori più grandi e nei più minuti. Ma nessuno potrà mai staccare l’idea di pane da quella del lavoro manuale.

Il lievito ricorda il senso della metamorfosi, della vita che avanza, del tutto si crea dal nulla e anche del nulla si crea e nulla si distrugge. Il lievitare del pane è l’atto solenne della vita, dell’acqua cristallina, di enzimi che sono come le cellule del DNA, quasi che il mondo intero sia fatto di atomi, e di raccordi in armonia, nel concerto del Creato.

Infatti, il pane si collega a ogni tipo di religione, in particolare a quella cristiana. Meglio delle altre religioni, il Cristianesimo ha saputo interpretare la storia, farla propria, capire che dietro il meraviglioso mondo del pane c’è il Signore.

Così ecco che lo stesso corpo di Cristo è pane e vino, liquido e densità, come quello di ogni uomo, suo figlio a eterna immagine e somiglianza.

La stessa Comunione dei Santi, che tutti ci unisce nel viso di Cristo sulla Croce, è anche il risultato della metamorfosi del corpo di Cristo. La materia si fa spirito, soffio divino, vita in metamorfosi, fino all’eternità.

Che incanto divino poi il rito dell’ostia. Partecipando in prima persona alla Comunione, noi partecipiamo al desco dell’infinito, con Cristo e per Cristo, in unione di spirito totale, mano nella mano, in una straordinaria comunione che tutti unisce.

Il pane dunque non è solo il mezzo di nutrimento sublime che tutti apprezziamo e gustiamo. Il pane è il nostro corpo e quello di Dio. Il pane è il sudore del nostro lavoro, nobilitato al massimo con tale atto di lievitazione/meta-morfosi, e il simbolo della più grande creatività nella semplicità.

Ogni elemento chimico passa in secondo piano. Ci affascina soprattutto il valore simbolico del pane. Si pensi a tutte le rivoluzioni antiche e moderne nel segno del pane. Pane e lavoro: non c’è movimento di popolo al mondo che non si regga sotto il segno di queste due parole. Il diritto alla vita attraverso il pane si abbina al diritto al lavoro.

I mulini rimasti ancora nel nostro immaginario ci legano al vento, al cielo, all’acqua, alla natura, al passaggio verso l’Eden. Pasti semplici e complessi non possono fare a meno del pane. Poveri e ricchi sono uniti sotto il segno del pane. Da alimento di base il pane si fa simbolo del nostro stesso essere al mondo.

Così l’idea di gettare il pane è condannata in ogni tempo e in ogni luogo. Gettarlo significa immiserire la propria vita, respingere il proprio sudore, e soprattutto non amare Dio, che si è fatto corpo – pane – per tutti noi.

 

Si afferma troppo facilmente che la modernità ha sconfitto la penuria di pane. E l’Africa? E i popoli dei deserti? E le tribù e comunità che non hanno mai avuto la fortuna di vivere le trasformazioni accelerate della storia? Purtroppo milioni e milioni di persone al mondo muoiono ancora di fame, cercano il pane come fosse oro.

Frequentare una chiesa significa comprendere anche il senso della simbologia del pane. Spesso la cerimonia religiosa s’incentra sull’offerta e sulla benedizione del pane. Le ostie sono pane assoluto, tracce di divino che entrano nel nostro corpo, per guarirlo da ogni male, e dagli assalti continui del Demonio.

Rubare pane è come rubare l’anima. Ogni legge condanna aspramente tale atto. Chi non ricorda che nei Miserabili di Victor Hugo Jean Valjean va in prigione per aver rubato del pane? Solo il pane consente ai deboli, ai malati, ai prigionieri dei campi nazisti e dei gulag, di resistere e di sperare nel miracolo del futuro – si legga Una giornata di Ivan Denisovič di Aleksandr Isaevič Solženicyn.

Il pane simboleggia il campo del sacro. Nei riti e nelle preghiere è un dono di Dio: “Padre Nostro che sei nei Cieli, dacci il nostro pane quotidiano”, significa: “Dio aiutaci in ogni istante della nostra vita, offrendoci il tuo sangue”.

Parola di Dio e pane si uniscono, diventano la stessa cosa. È una formula che si ritrova nel Vangelo. Il Signore che spezza il pane per darlo a tutti gli uomini è il momento più alto del Cristianesimo. È forse l’atto centrale che ha portato alla sconfitta definitiva del paganesimo e al trionfo della Croce, nella luce del tempo: In hoc signo vinces. Donde il meraviglioso appello: “Prendete, mangiate, questo è il mio corpo”, denso di una profondità mai raggiunta nella storia in maniera sì intensa.

Si legge nella Bibbia che Dio è nato nella Casa del Pane – in ebraico Beth Lehem. Betlemme significa dunque Casa del Pane, cioè luogo della lievitazione-comunione-condivisione nel corpo di Cristo. Allora il pane quotidiano è pane sostanziale, sostanza della stessa sostanza del Padre, cioè pane soprannaturale. Il quotidiano si fa atto di spiritualità, nella sua essenza, di cui il pane è il segno divino.

Il mistero dell’Eucaristia è quindi il mistero della vita. L’ostia non fermentata è il passaggio dal sacrificio alla purificazione.

Tutto questo non è mutato nei nostri tempi di rapida distruzione del passato e dei miti millenari del Mediterraneo e dell’Oriente. Il pane è senz’altro il cibo simbolico che meglio unisce tradizione e innovazione, laicità e religiosità, materialità e spiritualità.

Ecco allora antichi mestieri che, pur nelle trasformazioni della modernità, ci collegano alla storia lungo l’asse dello spirito che è in noi: il fornaio, il panettiere, il seminatore, il mietitore, il mugnaio, la donna che sapientemente fa il pane.

Il pane è il sole che collega l’intera storia. Cuocere il pane significa far festa, riconoscere l’umana fatica come inno a Dio, e al suo amore per tutti noi quaggiù sulla terra.

L’esile stelo del grano, la spiga irta al cielo, il movimento di un campo di grano, indicano a bimbi e adulti la via dello spirito, il senso della gioia e del dolore, i valori della santità e della natura, la qualità misteriosa del lavoro manuale.

Il seminatore lascia il celebre poema omonimo di Gabriele d’Annunzio e diventa seminatore di vita, incrociando la parabola del Vangelo. Il fuoco ardente del forno è quello della purificazione e della luce.

Scrive Maggiolina Castoldi nella sua poesia Il pane:

Il pane ha un sapore
che il sole ricorda, e la spiga
dal biondo colore.
Conosce l’umana fatica
quel pane dorato
che trovi sul desco ogni giorno,
che a volte hai spezzato
ancora fragrante di forno.
È sempre gustoso,
condito di gioie e di pene.
È un dono prezioso,
la prova che Dio ci vuol bene.

Sole, acqua, fatica, gioia, dono, dolore, Dio, amore divino: ecco cosa suscita il pane. Il fuoco del forno incendia la nostra anima, e la trasporta a Dio, nel luogo in cui ci attende la felicità della storia finalmente ritrovata, come nel poema L’Eternità di Arthur Rimbaud.

Ecco un poema di Renzo Pezzani dal titolo L’ora del pane:

Sorprendono le campane
l’ultima stella accesa.
Sa d’incenso la chiesa
l’alba è l’ora del pane.
Chi comincia il suo giorno
e nel ciel non dispera
sente nella preghiera
l’odor buono del forno.
Sente che la promessa
chiusa nell’orazione
si farà nella Messa
pane di comunione:
pan di lievito, fresco
nella madia e sul desco.

La comunione ci collega a Dio. Un tozzo di pane fa il miracolo come l’ostia. Il valore spirituale del pane unisce potenti e oppressi, deboli e forti, malati e gente in salute.

In questi versi, simbolicamente raccolti sotto il titolo Pane, ho voluto tornare al senso del pane, alla nostra infanzia difficile dopo la Seconda Guerra Mondiale, alla lotta per sopravvivere, celebrando i segreti di un umanesimo perduto, e di una spiritualità di cui tanto abbiamo bisogno, oggi e domani.

E anche lanciare segni di speranza ai disperati che vengono da noi in cerca di pane e a coloro che continuano a casa loro la lotta per un po’ di pane.

Non per caso i versi di chiusura sono i seguenti:

Il pane è sorriso

Il pane è calore

Il pane è azzurro

Il pane è luce

Amiamo dunque il pane, accarezziamolo, rispettiamolo come se fosse il segno tangibile della presenza di Dio tra noi. Potremmo forse fare a meno del pane di Dio, il nostro vero pane quotidiano?

Bari, 7 marzo 2015

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