
Jacques-François Dussottier, Omnitude / Omnitudine, préface de / prefazione di Giovanni Dotoli, traduzione e cura di Mario Selvaggio, infographies de / infografie di Jacques-François Dussottier, Roma, Edizioni Universitarie Romane, Coll. « Les Poètes intuitistes / I Poeti intuitisti n. 5 », 2015, 95 p.
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Giovanni Dotoli
NEL GIARDINO DELL’ISTANTE
Jacques-François Dussottier è uno dei miei amici poeti preferiti. La mia amicizia non deriva dalla norma della poesia di un amico, ma dalla profondità della sua parola, che ha poi aperto anche quella del mio cuore.
Già nell’antologia che gli ho dedicato [1], all’unisono con il comune compagno d’avventura Michel Bénard, parlo di «noria della memoria». Questo secondo atto antologico, che dà ormai un segno pieno alla nostra collana di «Poeti intuitisti», il quinto, è un omaggio forte e convinto all’itineranza della memoria, nel testo di Dussottier.
Uomo schivo e forte, di principi che si direbbero all’antica, egli parla soprattutto per poesia, come se volesse tutto dire mediante il silenzio quasi mallarmeano e le grida lancinanti di una parola che è il solo oro che gli resta, nella tragedia del mondo che viviamo. Ascoltiamolo attentamente:
Io sono delirio
alla punta delle parole
il mio linguaggio nomade
evade dal calamaio
verso l’irreale del sensibile,
il mio pensiero migra
verso la profondità scritta
Il testo s’invola come rondine, sulla rotta della schiuma del verso-riga, rimirandosi nello specchio dei giorni. Dussottier definisce il suo poema un «vagabondo dello spazio / e del tempo abolito, / allo slancio dei miei sogni sfumati». Egli convoca al suo convito tutti i poeti della modernità, da Arthur Rimbaud in avanti, anche i «poeti di strada», soggetti d’inestimabile lezione, riaffermando che «IO è altro», nella «tensione della lettera / al margine della poesia / le sillabe si accoccolano / nella lingua delle chimere».
Il poema è un divenire, come la vita, perché è un lampo del tempo, una traccia, contro ogni tipo di menzogna. Così la memoria mai muore. È solo in esilio, e il poeta, il vero poeta, ha il compito di ritrovarla, per ampi squarci di luce:
tra l’ombra e la luce
alla curva dove tutto diluisce
tu sei l’alba della mia memoria.
Nell’istante del suo tempo effimero, il poema diventa memoria di stelle, «negli occhi degli uomini», tutti gli uomini. Le vergini acque memoriali sono il luogo dell’erranza e del viaggio verso l’infinito. Soltanto la «felicità di scrivere», cioè la felicità della parola, potrà salvarci dal nulla che incombe sempre più minaccioso, con le più fosche previsioni. Il verso è una rotta, un grido, per questo poeta «nomade in attesa / insulare e selvatico», che scrive «le prime parole della vita», «in una febbre lancinante», ombra d’un tempo che deve essere scritto «a poema aperto». Soltanto le ali della poesia possono ormai aprirsi al vento della speranza.
Dussottier si autoattribuisce il titolo ambito di «giocoliere di parole / al rifugio del tempo perduto», da poeta e profeta, anzi poeta-profeta, che lavora con il silenzio della parola, al grado minimo per tutto dire, perché una sola parola è significanza d’eternità.
Ecco dunque cosa diventa allora il libro, per il nostro poeta:
Le parole cantano sotto la mia mano
alla soglia delle sillabe.
Libro, messe preziosa
pagine, campi d’estasi,
sotto le mie dita
piovono strani sogni
ed è mezzanotte nella mia vertigine.
I miei testi hanno ospitato l’effimero,
il mio libro si addormenta tra le sue pagine
felice di questa nuova nascita.
Le parole cantano nei campi d’estasi, per strani sogni, nella continua rinascita. Scrivere poesia significa affermare il diritto di proclamarsi «il traghettatore delle parole», nel viaggio di se stesso e dentro se stesso, nell’infinito delle parole, per gridare:
vivo in poesia
tra i muri delle parole,
parole spogliate
al ballo incessante delle parole,
flutti di parole che mi sommergono,
parole disponibili e senza fine,
quelle parole che non abbiamo pronunciato
andate via in un’ultima erranza.
Parole, asilo dei miei sogni
in un orgasmo di luce,
voi siete la mia felicità,
quando infine le mie parole si abbandonano
alle parole esalate dalle tue labbra.
Vivere in poesia vuol dire essere in un orgasmo di luce, abbattere muri, vagare per orti di stelle, da innamorato d’azzurro, «uomo verginale / nel canto dell’essere». Dussottier scrive-descrive l’essere, l’attimo fuggente, il grido dietro le nuvole, all’orizzonte rincorso per una vita, in un bagliore radioattivo e nel chiarore del tempo.
Jacques-François Dussottier è poeta intuitista per essenza, non per conversione. Di fronte alle brutture del mondo, egli si fa calligrafo dell’ansante divenire e degli spazi segreti della coscienza. La sua è una memoria di partitura del creato, di musica arcana, di codici della nostalgia del sogno.
C’è qualcosa di proustiano nella poesia dussottiana. La memoria ritrova l’asse del tempo, di quella ricerca involontaria dalle infinite significanze. Cos’è l’essere se non memoria? L’oblio è la morte della vita e della comunicazione. Come se i figli non amassero più i genitori, gli allievi non riconoscessero più i maestri. Un tempo tutto era memoria. Tutto era scritto nel Creato e sulle onde della trasmissione via parola e vita.
Jacques-François Dussottier è sulla linea bergsoniana, cioè dell’intuizione memoriale, con una patina di dolore. Non afferma Blaise Pascal: «La memoria è necessaria per tutte le operazioni della ragione»? Aggiungo: anche dell’immaginario e del sogno. Senza memoria non c’è futuro, non c’è atto vitale.
Ha pienamente ragione il mio amico Yves Bonnefoy: «Che cos’è la poesia? La memoria di questa intimità alla finitudine che il concetto ci fa perdere».
Leggere Jacques-François Dussottier per averne conferma.
Università di Bari Aldo Moro, 16 dicembre 2014
[1] Jacques-François Dussottier & Michel Bénard, La Noria de la Mémoire, antogia curata e presentata da Giovanni Dotoli; illustrata dai due Poeti, Fasano – Paris, Schena Editore – Alain Baudry et Cie, Coll. « Poesia e Racconto n. 56 », 2009, 80 p.